A NOI, di Bruno Tomasich

A NOI, di Bruno TomasichHo letto il libro del giornalista Tommaso Cerno del gruppo Espresso e Repubblica intitolato “A Noi!”. Io che conosco il significato di quel grido ho scritto il mio A Noi!: “Afferma Cerno che il fascismo non è quello delle manifestazioni esteriori “di quei militanti post-fascisti… riconoscibili prima che espongano il proprio pensiero, mentre il fascismo del Ventennio fu un grande movimento di massa”. Ed ecco che Cerno ci spiega cosa fu il Fascismo che rimane ancora profondamente radicato “nel nostro modo di essere quotidiano, nei nostri difetti di Paese, nel nostro sistema politico e sociale”. Cerno crede di vedere un filo conduttore che unisce il Fascismo all’Italia del presente, corrotta e corruttrice che detiene tutti i primati negativi fra i popoli del mondo. Chi non vede la profonda contraddizione in questa descrizione provi ad ascoltare chi, nato con quella camicia oltre ottantasei anni fa, se l’è portata fin qui con la sua dose di nostalgia canaglia e ricorda: A Dovia di Predappio c’era la casa del fabbro e della maestra. All’alba, nella sua officina al piano terreno, il fabbro Alessandro alla forgia batteva sul ferro infuocato e gli dava la forma. Anticipando così i tempi del figlio Costruttore. Sopra, nelle povere stanze, Rosa, la maestra elementare, rassettava la casa e accudiva ai figli Benito, Arnaldo, Edvige, prima di andare alla scuola, dove i bambini venivano scalzi dalle case di campagna ad imparare. Poi i figli sono cresciuti e i bambini anche. E i loro figli ebbero l’asilo nido e la refezione scolastica, dovere dello Stato e non più opera pia, e spesso anche pelosa, della beneficenza privata. E con la refezione venne il sussidiario che con la Riforma Gentile del 1923 divenne il libro scolastico dedicato alle scienze, all’igiene, all’educazione morale e alla formazione di un uomo nuovo. Tante scuole furono costruite e ancora resistono; perfino a L’Aquila dopo il terremoto. Perché i terremoti preferiscono colpire le scuole nuove dove cadono i soffitti e uccidono i bambini. Le vecchie scuole resistono ancora. A Gorla ci vollero le bombe dei liberatori per demolire una scuola e uccidere tanti bambini, centoottantaquattro a contarli uno per uno. Allora erano state tante le scuole ad essere costruite e, accanto, le palestre e le piscine e poi, con i figli che crescevano, vennero costruite le colonie ai monti e al mare. Ancora resistono le colonie adriatiche, a Cattolica, a Cesenatico, a Rimini e, sul Tirreno, a Marina di Massa e a Calambrone; monito severo che qualcuno pensa di rivalutare come esempio di architettura purché vengano private del simbolo che le ha firmate. E con le colonie montane si costruirono i sanatori, presidi della lotta contro la tubercolosi che fu una battaglia vittoriosa come fu per la malaria e tante malattie che erano endemiche. Eppure furono vinte. E sulle montagne gli alberi vennero piantati a proteggere il territorio e Arnaldo in questo ebbe la sua parte. Oggi le acque, non più costrette nei canali Mussolini per essere portate al mare, devastano il territorio abbandonato. Furono costruite allora, in un’architettura nuova, città di fondazione, a decine. Per costruire una città allora non ci volevano anni, ma giorni. Per costruire un ospedale oggi ci vogliono decenni e ancora non si vede la fine. L’idea di un nuovo ospedale polivalente per i Romani era venuta al sindaco Ernesto Nathan, che nel 1903 fece predisporre un primo progetto, rimasto però sulla carta. Poi venne il Fascismo che riaprì i lavori il 15 settembre 1927 e il 28 ottobre 1929 il nosocomio fu inaugurato, con il nome di Ospedale del Littorio. Il Forlanini, al centro di un parco di 280 mila mq, con migliaia di alberi d’alto fusto, fu inaugurato il 10 dicembre 1934. Lo Spallanzani fu inaugurato nel 1936 come presidio destinato alla prevenzione, diagnosi e cura delle malattie infettive, organizzato in differenti padiglioni su un’area di 134 mila metri quadri. Il Fascismo fu anche questo e proprio per questo il figlio del fabbro è maledetto e per questo lo hanno appeso per i piedi all’orrendo Golgota di Piazzale Loreto. E per questo oggi per paura dell’impossibile confronto è proibita per legge l’apologia del Fascismo e per questo io violo la legge per rispondere alla mia onesta coscienza. Io obbedisco alla mia costituzione che non rinnegherò mai. Si chiama Carta del Lavoro. Ho cominciato dalla casa di Dovia di Predappio dove è cresciuta l’umile sorella del Duce, Edvige madre dolorosa che, il 28 aprile 1945, si vide strappare il figlio Giuseppe Mancini, legionario della VIª Compagnia della Legione Tagliamento. Giuseppe fu giustiziato dopo che era stato fatto prigioniero dai partigiani. Con lui furono uccisi altri 42 commilitoni in quella che fu chiamata la strage di Rovetta. Ho appena fatto un riassunto di un periodo che per me è durato sedici anni. Quegli anni hanno lasciato in me un ricordo indelebile che mi è difficile liquidare cercando improbabili confronti con il presente. Visto dalla parte di quanti si riconoscono nella “epopea della resistenza”, scritta con la R maiuscola da Tommaso Cerno, il confronto a me pare improponibile, eppure secondo lo stesso Cerno v’è stata una continuità nel “modus vivendi mussoliniano” senza che si possa notare alcuna cesura col presente. L’eredità del Fascismo si sarebbe conservata, secondo Cerno, “nell’insabbiamento dei misteri di Stato, nella corruzione come sistema di governo”. Conosciamo fin troppo bene i passaggi delle varie repubbliche che si sono succedute, caratterizzate da scandali e da misteri e riesce quindi fin troppo facile per l’autore di “A Noi!” il riportarli alla nostra mente. A mio avviso l’elenco delle opere avviate e portate a termine in tempi straordinariamente ridotti durante il Ventennio è tale da rendere improponibile il confronto proposto da Cerno che vede perfino una certa analogia fra la figura di Mussolini e quelle di Silvio Berlusconi, di Craxi, di Grillo e di Matteo Renzi. Tommaso Cerno afferma di conoscere i difetti del popolo italiano, “difetti che” – egli dice – “non sono scomparsi e sono solo mutati di sembianze”, tanto da sapere dove andare a trovarli, ma a mio avviso è invece assai lontano dal conoscere i difetti della propria generazione e tanto meno quelli che caratterizzano il periodo presente che io ritengo riesumato da quello precedente all’avvento del fascismo. Sono i difetti della improvvisazione, del pressapochismo e dell’incapacità di guardare al di là del proprio presente, assai lontani nelle sembianze che il popolo italiano aveva assunto nel Ventennio. Come non sapere cosa ha rappresentato il Fascismo nel mondo nel rimarcare le proprie diversità nel modo di concepire il senso della vita? E’ scritto nella Carta del Lavoro che dubito che Tommaso Cerno abbia mai letto, come credo che non abbia mai letto nulla dell’opera di Giovanni Gentile e della sua Riforma della Scuola, né abbia mai saputo dell’esistenza di un giurista come Rocco, di costruttori come Araldo di Crollalanza, Piacentini, Terragni, Miozzo o Giandotti, o di studiosi della terra e delle sue risorse come Serpieri, Tassinari, Strampelli e Montalenti. Ha mai, Tommaso Cerno, sentito parlare di come furono condotti gli scavi di Pompei nel Ventennio e chi fosse il sovrintendente Maiuri o Giacomo Boni l’archeologo famoso che, seppure al termine della propria vita intese nel Fascismo di Mussolini il richiamo al mito della Roma antica e lo riassunse nel disegno di quel Fascio che diverrà il simbolo Littorio? L’archeologia italiana non si limitò a ricercare i segni della romanità in Italia ma varcò il Mediterraneo per giungere a riscoprirli con Renato Bartoccini, Giacomo Guidi e Pietro Romanelli in Tripolitania. a Leptis Magna e Sabatra, ora minacciate dagli iconoclasti del XXI secolo. A guidare la schiera degli archeologi fu l’archeologo Roberto Paribeni Accademico d’Italia, di quell’Accademia sorta per volere di Mussolini e che fra i suoi presidenti vide Guglielmo Marconi, Gabriele d’Annunzio, Giovanni Gentile e Giotto Dainelli. Roberto Paribeni oltre ad essere stato ispettore e direttore museale a Roma e a Napoli, sovrintendente alle antichità di Roma e direttore generale delle Antichità e belle arti, era succeduto allo storico e archeologo Corrado Ricci, deceduto nel 1934, alla presidenza del Regio Istituto di archeologia e storia dell’arte. A partire dallo stesso anno insegnò archeologia e storia antica presso l’Università Cattolica di Milano. Dopo l’otto settembre aderì alla Repubblica Sociale Italiana come altri eminenti studiosi di archeologia quali furono Biagio Pace e Carlo Anti. Roberto Paribeni “operò in Montenegro, Eritrea (dove lavorò presso gli scavi del sito di Adulis), Egitto, Turchia; diresse scavi archeologici in Italia. Le sue opere, tra le quali si contano numerose relazioni sugli scavi e trattati politici, annoverano pure una monografia su Traiano, imperatore al quale dedicò uno studio approfondito, un volume sulla storia di Malta e un ultimo sulla ritrattistica nell’antichità. Ideologicamente vicino agli interventisti, pubblicò alcuni volumi su questioni interessanti i problemi dell’Italia nel Levante”. (da Wikipedia). Giacché sono in tema di parlare degli stereotipi italiani che, secondo Tommaso Cerno, accomunano i personaggi dell’Italia moderna agli Uomini del Fascismo, ricorderò un altro ambasciatore della Cultura italiana nel Mondo, l’accademico Giuseppe Tucci, e le sue molteplici spedizioni in Tibet e nel Nepal, nonché le campagne di scavo da lui promosse in Pakistan, in Iran, in Afganistan, in Nepal. E perché non ricordare un altro ricercatore famoso per le sue spedizioni scientifiche? Si chiamava Ardito Desio che, essendo nato a Palmanova in provincia di Udine, era conterraneo di Tommaso Cerno. Desio, che aveva studiato scienze naturali a Firenze e aveva fondato nel 1929 l’Istituto di Geologia dell’Università di Milano, fu inviato da Guglielmo Marconi, presidente dell’Accademia d’Italia, a compiere una missione geologica in Libia. Nel corso degli anni successivi per incarichi ricevuti dal governo Mussolini si dedicò alla ricerca di acqua e di minerali nel sottosuolo libico dove nel 1938 scoprì per conto dell’AGIP l’esistenza di giacimenti di petrolio. Potrei continuare nella descrizione dell’opera dei costruttori di un’Italia profondamente diversa, passando dall’archeologia, all’arte, al teatro, alla cinematografia alla quale posero mano uomini come Luigi Freddi, l’esecutore del progetto mussoliniano di Cinecittà, al salvataggio della lira, al pareggio di bilancio, alla creazione dell’IRI di Beneduce nel 1933 per tagliare i legami fra le maggiori banche del Paese e le grandi imprese industriali, alla nazionalizzazione delle Banche e la realizzazione delle opere pubbliche per il superamento della crisi mondiale del 1929. Potrei continuare nella descrizione degli uomini e delle istituzioni del Fascismo che fu un movimento originale che suscitò interesse in tutto il mondo e fu imitato talvolta bene e talaltra non altrettanto bene, ma non mi riesce di vederlo riprodotto, quasi senza soluzioni di continuità, negli uomini che sono succeduti al governo di questa Italia dopo la sconfitta della Patria. Troppo diversi erano quegli uomini altro che assimilabili nella definizione della parte prima del libro di Cerno. Sulla base di quella definizione Mussolini rappresenta lo stereotipo di un Italiano qualunque”. Questa che ho descritta è l’atmosfera che non piace a Cerno che preferisce organizzare i “Gay Pride”. Io preferisco il mondo in cui mi riconosco. A ognuno il suo.”

Bruno Tomasich

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