L’assedio di Gangi e il Prefetto di ferro Cesare Mori – 1 gennaio 1926

Nuovi documenti sul dopo assedio, fra cittadinanze onorarie, voti di plauso e lettere autografe, nel 90° anniversario degli eventi.

Gangi
Il borgo di Gangi nella prima metà del Novecento

Nella notte fra il l’1 e il 2 gennaio 1926 il borgo di Gangi subiva il secondo clamoroso “assedio” della sua quasi millenaria storia (il primo nel 1299): anche stavolta lo Stato reprimeva con la forza coloro che turbavano lo status quo, vittime come sempre gli inermi cittadini – almeno quelli estranei alle vicende – che pativano le conseguenze delle azioni repressive.

L’azione dello Stato fascista contro il brigantaggio madonita, la mafia del feudo che a Gangi in quel tempo aveva la sua roccaforte principale, è stata più volte raccontata più o meno fantasiosamente in saggi, romanzi e fiction cinematografiche: più noto fra tutti il film di Pasquale Squittieri Il Prefetto di ferro del 1977, tratto dall’omonimo libro di Arrigo Petacco Il prefetto di ferro. L’uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia del 1975. Altrettanto noti il saggio Faccia a faccia con la mafia del 1978 di Aristide Spanò, figlio di quel Francesco Spanò commissario di polizia protagonista degli eventi di Gangi insieme al Prefetto (sebbene il testo risenta di una eccessiva magniloquenza dell’azione della figura paterna), o Con la mafia ai ferri corti del 1932 scritto proprio dal protagonista principale dell’assedio, Cesare Mori, o ancora La Mafia durante il fascismo del 1987 di Christopher Duggan: e poi una serie di altri testi più o meno noti, più o meno corretti dal punto di vista storico tanto da riproporre fantasiosi luoghi comuni (come, ad esempio, la circostanza del taglio dell’approvvigionamento idrico e dell’energia elettrica del paese da parte del Prefetto Mori per stanare i briganti rinchiusi nei loro covi, evento completamente inventato che non ha alcun fondamento, dato che una prima parte dell’impianto elettrico del borgo venne realizzata solo nel 1928 mentre i lavori per l’acqua corrente – con la costruzione dell’acquedotto civico e della rete di distribuzione interna – vennero ultimati solamente negli anni ‘30, ossia diversi anni dopo l’assedio [1]).

Locandina del film "Il Prefetto di ferro" di Pasquale Squittirei del 1977
Locandina del film “Il Prefetto di ferro” di Pasquale Squittirei del 1977

I fatti sono ben noti perché in questa sede vengano nuovamente ripercorsi: qui proporremo invece alcune riflessioni e soprattutto alcuni documenti inediti dell’epoca che attestano l’entusiasmo – più o meno genuino – della classe dirigente del borgo, ossia di quella Amministrazione Comunale che, forse suo malgrado, celebrò il Prefetto “di ferro” e la sua azione repressiva.

Sintetizzando, ricordiamo che da diversi decenni il borgo di Gangi era divenuto la triste capitale di quello che i tutori dell’ordine chiamavano «il regno della mafia del feudo» [2], quel brigantaggio che dilagava indisturbato per le campagne grazie alla fitta rete di favoreggiatori creata a tutti i livelli, soprastanti, gabelloti, campieri e impiegati col tacito consenso dei baroni e dei grossi proprietari terrieri. Un consenso a volte strappato, altre volte offerto dagli stessi aristocratici che tentavano di carpire la benevolenza dei briganti e a volte anche il sostegno nelle elezioni comunali. In molti erano latitanti, forse in troppi, corteggiati e usati dai maggiori rappresentanti del notabilato dalle mani pulite e dai colletti bianchi che sedeva nei banchi della pubblica amministrazione.

Interi rapporti dei Reali Carabinieri parlavano chiaramente «della consuetudine dei più audaci malfattori, che scorazzavano nei territori dei Nebrodi e delle Madonie, di imporre ai proprietari l’assunzione di impiegati [… i quali] erano nei vari feudi rappresentanti dei malfattori, saliti in triste fama: assicuravano a questi asilo ed aiuto; talora ne seguivano le azioni o partecipavano ad imprese delittuose, riscuotevano gli assegni imposti; erano in breve quasi anelli di collegamento di quella fitta catena onde era avvinto tutto l’ampio territorio».

Queste persone, per lo più latitanti, «tenevano armi in luogo di deposito e scorrevano armati per le campagne. Fra le varie forme di attività delittuosa dei malfattori fu grandemente in uso la estorsione. La quale talvolta fu esercitata mediante prelevamento di carni, di formaggi, di altri oggetti; tale altra mediante l’invio di lettere di minaccia a firma dei banditi, al quale invio succedevano prestazioni di denaro. Inviate le lettere estorsive alle vittime designate, gli agenti per mezzo di loro fidati gregarii cercavano modo di venire ad un componimento degli affari. E così gli agenti medesimi venivano a riscuotere il profitto dei loro delitti, facendo le relative riscossioni in Gangi, o nei territori vicini, ove era la loro residenza e la sede principale dei loro affari delittuosi» [3].

I nomi di questa “brava gente”, così come emergono dai documenti, erano quelli di Gaetano, Salvatore, Nicolò e Giuseppe Ferrarello, di Nicolò, Giuseppe e Carmelo Andaloro e dei loro gregari, indiscussi padroni di Gangi e delle campagne madonite da quando, nel 1916, si erano messi in società a scorazzare per le campagne. Altre bande armate facevano capo a diversi latitanti dei paesi delle Madonie ed erano organiche a quelle gangitane: i Dino di Petralia Sottana e gli Albanese di Soprana, i Lisuzzo di Castellana, i Carini di Polizzi ma anche gente di Caltanissetta, Nicosia, Villadoro, e perfino di Mistretta.

Il fatto è che a Gangi tutto assumeva un aspetto diverso, quasi da fantasia. La circostanza che i latitanti fossero praticamente imprendibili contribuiva non poco ad alimentare l’alone di leggenda che si era creata attorno a loro, favorito da un clima di paura ma anche di impunità garantita dai “protettori” locali.  Si diceva che tutto il paese fosse attraversato da un nugolo di gallerie sotterranee che dipartendosi dalle case di coloro che si erano buttati alla macchia e da quelle dei loro tutori conducevano in aperta campagna, lontano dall’abitato: ed era vero.

La fantasia era pure alimentata dalle condizioni, per così dire, ambientali del paese. Appena spenti i fanali il buio della notte rendeva le strade pericolose per la gran parte della popolazione, ma sicure per chi dell’oscurità desiderava essere complice. L’oscurità diventava alleata e connivente dei latitanti e motivo di terrore per chi aveva qualcosa da temere: “Al buio si cammina meglio”, pare che dicessero i fuorilegge. In quegli anni Francesco Paolo Polizzano, commerciante per necessità e poeta dialettale per diletto, si divertiva a descrivere in versi le condizioni del suo paese: “[…] Li siri chi cc’è luna / cu l’ariu annuvulatu / è Gangi cunnannatu / a fitta oscurità […] / pirchì è proibitissimu / addumari fanali, / nni pò veniri mali / mentri chi luna cc’è […]” [4].

Il 28 ottobre 1922 Benito Mussolini aveva marciato su Roma e aveva fondato il Partito Nazionale Fascista, guidando il governo e la Nazione per i venti anni a venire fino alla catastrofe: per una stravaganza della Storia sarebbe stato proprio il fascismo, qualche anno dopo la sua ascesa, a debellare la mafia del feudo – o almeno il suo strato epidermico – cancellando da Gangi e dalle Madonie quel regno dei briganti divenuto «il simbolo più manifesto della inefficacia dello stato e della simmetrica onnipotenza dei fuorilegge» [5], senza tuttavia affondare fino alle radici.

Salvatore Farinella

Note

1  Si veda G. Mocciaro, Le opere della rinascita di Gangi, Palermo 1936, pp. 5-9. A confermare l’invenzione cinematografica del taglio dell’acqua corrente e dell’energia elettrica sono anche diverse testimonianze orali di persone che vissero l’evento, che ho raccolto prima che lasciassero questa vita. Fra i testi che con grande approssimazione e numerosi errori hanno raccontato quegli eventi cito M. Pino, La regina di Gangi. Storia di briganti, mafiosi e poliziotti nella Sicilia degli anni Trenta, 2005: nel testo, ritenuto da molti come uno dei più interessanti, vengono distorti fatti, nomi e soprannomi come, ad esempio, quello della madre di alcuni latitanti detta la “Cagnazza” anziché la “Cagnulàzza”, noto soprannome di famiglia.

2  Archivio di Stato di Palermo, Sezione Termini Imerese, Corte di Appello di Palermo, Ordinanza di rinvio a giudizio contro Ferrarello-MIlletarì-Andaloro e la mafia delle Madonie, 12 febbraio 1927, passim.

3  Ivi.

4 F.P. Polizzano, Ripatriata. Raccolta di poesie dialettali, nuova edizione Palermo 1990, ‘Na sira a Gangi, p. 524.

5 G. Tessitore, Cesare Mori. La grande occasione perduta dell’antimafia, Cosenza 1994, p. 117.

 

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